Saggio critico

La riscoperta di un maestro

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Introduzione

Appena proviamo a tuffarci nella variegata e assai copiosa produzione artistica di Umberto Vandoni, la prima cosa che balza all’occhio è una sorta di urgenza sperimentatrice, una voglia mai paga di plasmare, di dare forma, di forzare in una forma l’immateriale informe che lo sfida. Spirito ondivago e mai quieto quello di Vandoni, ci ricorda più un chierico vagante che un artista novecentesco, sempre alla ricerca com’è di nuovi stimoli da rielaborare e trasformare in creazioni. Le sue sfide, le infinite variazioni sullo stesso tema rimandano, a nostro avviso, alla necessità di conchiudere all’interno di un profilo la materia che mai vuole piegarsi fino in fondo alla forza plasmatrice che l’artista vuole imprimerle. È la storia millenaria del conflitto tra Homo faber e la materia che in Vandoni assume tratti sorprendenti e che segna una sorta di leit motiv della sua intera esistenza.

Ricordo, 50x12x20cm, similmarmo, pat argento

Facciamo allora un passo verso la produzione del maestro pavese per provare a capire da dove origina questo furore, in quale brodo di coltura si alimenta e quali forme assuma. È una caratteristica che gli appartiene in modo esclusivo o piuttosto bisogna ampliare lo sguardo e arrivare alla conclusione che si tratti della cifra di una intera generazione, quella nata a cavallo della seconda guerra mondiale?

Dopo l’adolescenza pavese, Vandoni si trasferisce a Milano poco più che ventenne. Siamo nella seconda metà degli anni ’50, la città si sta faticosamente risollevando dalle macerie della guerra e dagli stenti dell’immediato dopoguerra e il panorama artistico è costellato di figure che diventeranno nel volgere di pochi anni vere e proprie leggende.

La scena artistica milanese è infatti animata da una schiera pressoché sterminata di personaggi carismatici il cui semplice elenco porterebbe via interi paragrafi. Lucio Fontana, Piero Manzoni, Enrico Baj, Giacomo Manzù, Agostino Bonalumi, Mimmo Rotella, Getulio Alviani, Enrico Castellani, Dadamaino, Valerio Adami, Emilio Tadini sono solo alcuni dei moltissimi che caratterizzarono quella stagione irripetibile. Sul finire degli anni ’50 si avverte in città un clima di fermento che non si respirava da molti decenni, tutto appare possibile, tutto può essere inventato, reinventato e persino dissacrato. Sappiamo per certo che per il giovane arrivato dalla provincia, ambizioso e ricco di talento, la cosa più naturale sia stata di stringere rapporti proprio con alcuni di quei protagonisti, respirare quella stessa aria carica di rinnovamento e trarre ispirazione per aprirsi un varco nella foresta fitta del mercato dell’arte.

È un destino, questo di lasciare la provincia e trasferirsi nella metropoli, che all’epoca diviene fenomeno di massa, accomunando Vandoni a moltissimi altri che in quegli stessi anni giungevano a Milano con gli stessi sogni e la stessa voglia di farsi un nome. La parabola di Vandoni ricorda alcuni personaggi cinematografici di quegli anni e forse ancor più un personaggio letterario che è diventato un vero e proprio simbolo di quella stagione, il protagonista de La vita agra di Luciano Bianciardi, che proprio in quel torno di tempo giungeva a Milano per cercare fortuna letteraria.

Tra i tantissimi incontri cercati o occasionali corre obbligo segnalare almeno quelli decisivi con il grande illustratore Mario Uggeri e con lo scultore Giacomo Manzù, che divennero vere e proprie figure di riferimento per il giovane Vandoni.

Comunque sia andato l’inserimento in città del nostro, possiamo provare a ricostruire i suoi rapporti e le sue “contaminazioni” partendo proprio dal copioso corpus che ci ha lasciato in eredità, una produzione poliedrica e ricca di rimandi alle esperienze artistiche che in quegli anni stavano diventando paradigmatiche.

I primi lavori dei quali si ha documentazione certa risalgono alla seconda metà degli anni ’50 e sono tele dalle misure imponenti che richiamano i grandi formati con i quali si cimentavano i maestri dell’epoca. Senza scomodare i mostri sacri d’oltreoceano, è sufficiente ricordare le grandi opere di Renato Guttuso o di Emilio Vedova. Anche i colori scelti per questo suo esordio richiamano le tinte decise che furoreggiavano in quegli anni. Sono lavori sperimentali, nei quali Vandoni, pur cercando una propria cifra personale, occhieggia al lavoro dei suoi contemporanei più celebri, depositando sulla tela macchie di colore che paiono riecheggiare i coevi lavori di Birolli, Santomaso e Afro, che già si erano cimentati, sulla scia di Burri, con enormi campiture che prevedevano la sostanziale abrogazione del disegno. In questi lavori giovanili restano tracce di figure geometriche che vengono sovrastate, quasi riscritte dalle colature ineluttabili del colore. Le forme si sfaldano, si diradano, sembrano quasi trasformarsi in volute di fumo che si attorcigliano, in un richiamo ambizioso a ciò che Bacon aveva iniziato a sperimentare nel corso degli anni ‘40.

Ciò che interessa delle prime prove di Vandoni è sottolineare questo modo personale di “appropriarsi” dei nuovi linguaggi, consci che nessuna impressione, nessuno stimolo restano lettera morta nella mente del giovane artista, che assorbe tutto, ripensa, personalizza qualsiasi forma incontri la sua curiosità e stimoli il suo desiderio di creare. Che provengano da Renato Birolli o Jean Arp, Rodin o Henry Moore, De Chirico o Paul Klee, tutte le suggestioni vengono rielaborate in un confronto serrato che diventa un momento di crescita fondamentale nello sviluppo dell’artista. Non è casuale il fatto che nel suo ricchissimo lascito, molti faldoni trabocchino di ritagli di giornale sulle più diverse ricerche artistiche che all’epoca si stavano affermando e che avevano fatto breccia nella sua immaginazione.

Ma non è la pittura il campo di battaglia sul quale Vandoni deciderà di concentrare le proprie forze. Nel volgere di pochi anni infatti, abbandonerà i pennelli dedicando l’attenzione alle forme plastiche che diventeranno rapidamente l’ambito prediletto delle sue ricerche.

«Vandoni pratica una peculiare forma di cannibalismo artistico, guarda tutto, da tutti carpisce qualcosa, un dettaglio, una forma, un pensiero.»

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Bassorilievi

Per abbozzare una disamina del lavoro scultoreo, possiamo prendere le mosse dalla ricca produzione dei bassorilievi, che presenta una esaustiva carrellata di quei temi che caratterizzeranno in seguito anche la produzione scultorea vera e propria.

Se da un punto di vista puramente tecnico è agevole cogliere i debiti nei confronti del suo amico Manzù, per la scelta dei soggetti e per una certa accuratezza esecutiva viene facile accostarlo a Francesco Messina, dominus della scultura a Milano nel secondo ‘900, che certo Vandoni ebbe occasione di conoscere e studiare. Ma potremmo pensare anche a un influsso di Emilio Greco, catanese come lo stesso Messina, attivo a Roma proprio in quegli stessi anni e che godeva di molto credito da parte dei colleghi. È il caso senza dubbio de “Il sogno” del 1961, opera nella quale tanto il tratto che la sensualità delle forme femminili ricordano molto da vicino proprio la produzione coeva dello scultore siciliano.

Ampliando gli orizzonti possiamo trovare nell’opera del nostro significativi echi ai lavori dello scultore statunitense Bill Mack, quasi coetaneo di Vandoni e autore di numerosi bassorilievi in argento sul tema della figura femminile. Soprattutto ne “La bagnante” del 1981 ci pare di avvertire un confronto serrato proprio con le prove dell’artista americano. Si potrebbero trovare molti altri riferimenti diretti o indiretti nella ricerca di Vandoni, a testimonianza di come l’artista pavese fosse alla continua ricerca di un confronto continuo, spasmodico con i suoi contemporanei, nel tentativo di acquisire una propria originalità espressiva, un proprio timbro riconoscibile. In questo senso non ci deve stupire l’attenzione rivolta dal giovane artista al mondo del design che proprio a Milano in quegli anni conosce una vera e propria esplosione che finirà per contagiare artisti di ogni scuola.

La bagnante, bassorilievo, 20x29cm, 1981

I temi protagonisti dei bassorilievi, si accennava poc’anzi, sono quelli che ritroveremo nelle sculture vere e proprie e che segneranno l’intera produzione vandoniana.

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Sculture

Affrontando la vastissima produzione scultorea del maestro pavese ritroviamo infatti un cimentarsi forsennato su quei medesimi temi che avevano caratterizzato la fase precedente. Che siano cavalli, mani, piccole figure prevalentemente femminili o figurine dal sapore classico, l’artista si confronta con la materia come in preda a un furore che ricorda più un combattimento senza esclusione di colpi che un atto creativo. Modella, varia, ritorna sui suoi passi, rimaneggia, infine realizza in fusione ma poi ritorna sullo stesso tema introducendo piccole variazioni e ricomincia da capo, differenzia, ricompone, in una lotta che appare davvero senza fine.

Anche in questo caso le iconografie rimandano ad artisti coevi, alcuni dei quali sicuramente conosciuti da Vandoni, altri che semplicemente come il nostro respiravano quell’aria di rinnovamento e restituivano in forma scultorea opere che erano l’espressione di un’epoca intera. Alenius Björk ad esempio, scultore svedese attivo nella seconda metà del secolo, dà forma a piccole figure femminili in tutto e per tutto simili a quelle che realizza Vandoni negli stessi anni.

Ma, ancora una volta, non è il confronto con gli altri artisti a illuminare la scena mentale dell’artista pavese. Quegli incontri, pure importanti, sono solo pretesti per rielaborare in forme sempre differenti quei temi ricorrenti che attraversano tutto il suo lavoro. E allora non possiamo non partire proprio dalla protagonista assoluta della produzione del nostro: la figura femminile, abbozzata, scolpita in decine di opere e declinata in forme che non escludono una dedizione al limite dell’ossessione. L’artista sembra volersi confrontare con il mistero stesso della femminilità, una sciarada che non ha soluzione ma sulla quale continua a tornare. La donna viene ritratta in infinite fogge: di volta in volta è madre, figura pensosa china su se stessa in un accenno a Rodin, manichino senza identità che riecheggia De Chirico, erma, ossimoro anatomico, fino alla riduzione all’organo genitale che ha non pochi antecedenti anche in ambito pittorico. Ciò che appare evidente è la fascinazione esercitata sull’artista dall’eterno femminino, nel suo concedersi e sottrarsi allo stesso tempo alla visione dell’artista che cerca di catturare e restituirci il segreto delle sue movenze flessuose e delle sue forme sinuose nell’osservare e afferrare le quali Vandoni si dimostra maestro tra i più attenti e pervicaci.

Il femminile, sembra dirci l’artista, è insondabile, inattingibile e dunque è salutare arrestarci un passo prima dell’abisso. Non cerca una breccia nelle profondità dell’animo femminile, Vandoni, fedele a una certa corrente di pensiero che rimanda alla grecità classica, indaga le forme, attingendo ora proprio la scultura classica ora quella contemporanea, ma sempre restituendoci in modo mirabile la fascinazione che il corpo femminile esercita agli occhi dell’artista.

La danzatrice grande, 45x50cm, similmarmo pat arg

Che uno dei temi centrali della ricerca di Vandoni sia il movimento lo possiamo evincere, oltre che dallo studio della figura femminile anche da un’altra delle “ossessioni” del maestro pavese, vale a dire il cavallo, del quale ancora una volta cerca di afferrare proprio la magia delle forme in movimento, assoluto protagonista di questa mirabile serie.

Anche in questo caso è facile leggere i debiti nei confronti dei maestri che hanno rappresentato con certezza una fonte di ispirazione, ma proprio i debiti nei confronti dei maestri più acclamati non devono farci distogliere lo sguardo dall’assoluta originalità dei conseguimenti vandoniani.

La tradizione di scultori di cavalli in quegli anni è ricca e consolidata e, se nel ’900 il padre putativo è certamente Marino Marini, Vandoni predilige le forme avvoltolate di Francesco Messina e Aligi Sassu a quelle più essenziali e asciutte del maestro pistoiese. Insegue senza tregua la scaturigine del movimento, tratteggia il nobile destriero in tutte le pose, rampante, al trotto, in qualche raro caso perfino sdraiato in una posizione che pare una chiara citazione del celebre cavallo di Messina. Di alcuni esemplari presenta la sola testa, che appare però compiuta, non semplice abbozzo. In Risveglio, ad esempio, riusciamo a scorgere la vivacità e l’eleganza del più nobile tra gli animali nonostante solo una porzione marginale del corpo sia perfettamente compiuta.

Risveglio, h20x9x20cm

Assai esplicativo di questo metodo di lavoro che potremmo definire di osmosi con i grandi artisti del passato, è il rapporto che Vandoni intrattiene con un altro dei suoi temi prediletti, quello delle mani, ritratte in una serie che diventa esemplarmente esplicativa del suo modo di procedere. Il nostro parte con ogni evidenza dalle celeberrime mani scolpite da Auguste Rodin a cavallo tra Ottocento e Novecento. A differenza però del maestro francese, per il quale le mani rappresentano un soggetto autonomo, qui si trasformano in propaggine di un intero corpo che attraverso di esse prende forma e contatto con il mondo. Una metamorfosi sbalorditiva se pensiamo al valore simbolico di un gesto così coraggioso e al tempo stesso una rivelazione sulle intenzioni dell’artista.

Mani famiglia, gesso, origin, 49x30cm

Un ulteriore nucleo di opere più ristretto ma assai denso è rappresentato da piccoli umanoidi senza profilo, talvolta assorti, in altri casi ripiegati su se stessi, quasi sempre pensosi o malinconici. Anche qui possiamo rintracciare una sterminata ridda di riferimenti, dall’arte cicladica innanzitutto (che non a caso lasciò un segno profondissimo in molti dei riferimenti di Vandoni, da Jean Arp a Henry Moore), la cui riscoperta rappresentò una fucina inestinguibile per gli scultori novecenteschi, fino ai manichini senza volto di De Chirico che costituiscono un mirabile antecedente del lavoro di Vandoni. In questa serie di piccole figure predomina la quiete, nessuna esibizione tecnica, abrogato il movimento, tutto rimanda al silenzio, alla concentrazione, al raccoglimento, evocando qualcosa che al tempo stesso è modernissimo e primordiale, una sorta di nuova via alla religiosità in forme modernissime e originali.

Riposo seduto 40x25cm pat oro
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Opera serigrafica

Non possiamo terminare questa breve disamina del lavoro dell’artista di Pavia senza fare una breve incursione all’interno della produzione serigrafica, che si sostanzia in una serie di opere su alluminio in bianco e nero che, se da un lato rappresentano la summa di tutta la produzione artistica del maestro, dall’altro ne incarnano stilisticamente il punto più alto. Le contaminazioni iconografiche anche in questo caso si sprecano e sono facilmente rintracciabili. Questo nucleo non è certo estraneo agli influssi dirompenti della Pop art americana e alla grande esperienza dell’illustrazione del secondo ‘900. Non è azzardato immaginare, nella composizione di queste immagini, anche un ruolo svolto dall’amico Mario Uggeri, sommo disegnatore e grandissimo illustratore che ebbe modo di influenzare notevolmente l’opera di Vandoni. Ciò che più interessa però è che in questo prezioso gruppo di sei opere si ritrovano tutte le tematiche che hanno attraversato la vicenda umana dell’artista. Tre raffigurano infatti immagini femminili, due adulte decisamente sensuali e una bambina, la quarta mostra una testa di cavallo mentre le due restanti suonano come un omaggio alla sua passione per la grafica e specificamente per le spirali.

Abbiamo voluto lasciare per ultimo questo lavoro serigrafico anche per una questione di opportunità. La società Spirale Milano infatti, che ha acquisito l’intero Archivio Vandoni, è nata nel 1968 proprio dalla necessità di diffondere l’arte attraverso le tirature serigrafiche dei grandi maestri del ‘900. È venuto quasi naturale quindi congiungersi in matrimonio per provare a dare un contributo nell’opera di valorizzazione di un maestro che merita certamente di essere riscoperto.

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Epilogo

Vandoni pratica una peculiare forma di cannibalismo artistico, guarda tutto, da tutti carpisce qualcosa, un dettaglio, una forma, un pensiero. Senza tregua mastica e rimastica ciò che ha introiettato con gli occhi e lo rielabora nei suoi modi personalissimi. Da questa, che possiamo definire una inarrestabile smania riproduttiva, scaturisce in ultimo la sua cifra definitiva. Un sofisticato uso delle tecniche artistiche, padroneggiate con rara maestria, si affianca a una necessità di riepilogare, quasi riassumere un’intera epoca. Nell’opera di Vandoni, se letta con attenzione, ritroviamo tutto il secondo Novecento con le sue idiosincrasie, le sue innovazioni e le sue speranze. Di questo certo dobbiamo rendergli merito.