Pavia, 4 febbraio 1936 — Palazzolo Milanese, 22 marzo 2025
Ultimo di tre figli, Umberto Vandoni nasce a Pavia il 4 febbraio 1936 da una famiglia della borghesia cittadina. I genitori sono entrambi impiegati come insegnanti: il papà Antonio è professore di lettere a Milano mentre mamma Lydia insegna disegno in un liceo di Pavia.
L’apprendistato del piccolo Umberto avviene sotto lo sguardo vigile di Lydia, che sovraintende alla formazione tecnica e intellettuale del figlio, il quale mostra da subito una facilità e una propensione per il disegno che lo accompagnerà per il resto della vita. Questa attitudine è per altro condivisa con la sorella maggiore Iolanda, che eredita dalla madre le stesse predisposizioni e che seguirà le orme dei genitori dedicandosi all’insegnamento. La secondogenita Annamaria diventerà altresì insegnante di scuola materna, ma non svilupperà mai propensioni artistiche. L’ambiente famigliare, come si può facilmente intuire, è molto stimolante e il giovane Umberto si dimostra curioso, pronto ad accogliere ogni singolo incoraggiamento di mamma Lydia, che sin dalla più tenera età alimenta nel figlio una insaziabile curiosità.
Dopo l’adolescenza pavese, siamo intorno alla metà degli anni ‘50, Umberto fa il grande salto e decide di provare l’avventura milanese, attratto probabilmente dal fermento e dai cambiamenti che stavano attraversando il capoluogo meneghino, in preda a un vero e proprio processo di modernizzazione senza precedenti. In città si trasferisce definitivamente nel 1958 quando sposa Jeannette, una giovane francese, dalla cui unione nasceranno Sara e Antonio. Con la prima moglie e i figli il giovane artista si stabilisce in via Valtellina.
Giovanissimo lavora come disegnatore presso la Bertani Baselli & Co. mettendo a frutto la perizia acquisita nei primi anni di vita e cimentandosi per la prima volta con il disegno industriale. Ma saranno il disegno artistico e l’arte i veri richiami irresistibili che lo accompagneranno per tutto il resto della sua vita.
Come accennato, Milano è attraversata da un processo di modernizzazione in ambito artistico e culturale che cambia completamente i linguaggi. Dopo lo sfacelo della guerra la città è pronta a accogliere e rielaborare influssi e suggestioni che arrivano dal resto d’Europa e soprattutto da oltreoceano. Proprio in questo ambiente ricco di novità Vandoni trova un habitat favorevole nel quale inserirsi e che gli permetterà di entrare in contatto con alcuni dei protagonisti di quella rivoluzione artistica che stavano dando un nuovo profilo alla modernità.
Il giovane frequenta infatti l’ambiente di Brera dove fa la conoscenza di alcuni degli artisti che animano la scena milanese, assorbendo i nuovi linguaggi e cercando di interpretarli in maniera originale ed autonoma. Frequenta più intensamente Mario Uggeri e Giacomo Manzù ma più in generale respira a pieni polmoni quella voglia di cambiamento e sperimentazione che diventa il marchio di fabbrica di un’intera generazione.
Stabilisce lo studio in un grosso capannone in via Cialdini, uno spazio nel quale il maestro si dedica a enormi tele che rappresentano il culmine di questa prima fase sperimentale. Sempre nello studio di via Cialdini inizia parallelamente a realizzare tirature serigrafiche che testimoniano l’intraprendenza e la voglia di affermarsi del giovane sulla scena artistica.
Dopo la separazione dalla moglie Jeannette si trasferisce prima in via Padova e successivamente in quella che sarà la destinazione definitiva di Palazzolo milanese, dove impianterà studio e abitazione, vivendo il resto della sua lunga esistenza con la seconda moglie, sposata nel 1972 e dalla relazione con la quale nascerà Andrea.
A partire proprio dagli anni ‘70 si intensificano le committenze private e si infittiscono i rapporti con aziende di tessuti – Zucchi e Perofil su tutte – per le quali disegna linee di produzione. È in questa fase che Vandoni si afferma definitivamente come artista completo.
Nel corso dei primi anni ‘80, tanto gradualmente quanto inesorabilmente, la pittura lascia spazio al lavoro scultoreo. Ed è proprio in questo momento chiave che in Vandoni si materializza una sorta di urgenza sperimentatrice. Nulla sfugge al suo afflato creativo: bronzo, legno, plastilina, ferro, qualunque materiale diventa un valido pretesto per modellare la materia in forme sempre più ricercate.
Negli anni della maturità si scopre fervente devoto della Madonna di Medjugorje e di questa svolta troviamo riflessi nella sua produzione scultorea, dedicata a una serie di bassorilievi improntati alla maternità e caratterizzati da un intimo sentimento religioso.
Gli ultimi anni, costellati da varie complicazioni di salute, lo vedono tornare al disegno, sua passione originaria mai abbandonata e a un meticoloso lavoro di ricerca che si esprime nella serie dei collages.
L’assoluta modernità di Umberto Vandoni è testimoniata in primo luogo dalla insaziabile brama di ricerca che sfocia nel ricchissimo lascito confluito nell’archivio, ma non meno importante è il ruolo di artista indipendente e promotore di se stesso che rinuncia al gallerista come figura tramite con il mercato, tenendo personalmente i rapporti con la clientela privata e con le aziende che gli commissionano progetti di grande respiro.
Si spegne a Palazzolo il 22 marzo 2025, all’età di 89 anni con la matita in mano. Il nutrito corpus della sua produzione è in corso di studio e catalogazione.